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Danza di imitazione nel XVIII secolo

Danza di imitazione nel XVIII secolo

All’inizio del Settecento, molti studiosi, artisti e teorici iniziarono a pensare ad un tipo di danza dal carattere autonomo, che ben presto si tradusse in realtà.

Un tipo di rappresentazione che funzionava in perfetta armonia con sé stessa, ma che soprattutto svolgeva e raccontava in totale autonomia, un tipo di narrazione dapprima affidata in maniera suddivisa al canto ed alla poesia.

La maggior parte di questi concetti derivavano dalle radici e dalla conoscenza che si aveva degli antichi spettacoli pantomimici dei Greci e dell’Impero Romano, ma dai quali nel tempo ci si distacca sempre più, sino a gestire la scena come una mera rappresentazione del bello e della grazia, ma con molti meno significati presenti.

Come nel 1970 quando personaggi come Jean Pierre Burette, citavano e credevano fermamente, nelle parole degli antichi filosofi (come Aristotele e Platone) e di altri antichi pensatori, in modo tale da fornire ancora più forza alle proprie convinzioni ideologiche per le quali il ballo potesse rappresentare movimenti ed emozioni, passando così attraverso una gestualità basata sui ritmi.

E’ il tempo dell’Accademia di Baif e del linguaggio di Burette, i quali utilizzano paragonare quasi sempre la danza al resto delle arti esistenti dell’epoca, concependola molto spesso come una grande tela animata, pronta per essere invasa di colori e magistrali pennellate. 

Alcuni altri importanti artisti, criticano nelle loro opere d’arte la danza dell’epoca, indicandola come totalmente asservita solo alla grazia e all’estremizzazione del movimento bello e ricercato, ma priva al contempo di un qualsivoglia significato intrinseco, che cercasse a sua volta di portare in un certo qual modo, alle antiche strutture narrative legate alle gesta espressive dei cori Greci o delle pantomime Romane; rappresentazioni capaci di trasmettere significati attraverso l’utilizzo dei movimenti del ballo.

Verso il 1750 si sviluppa nell’arte il concetto imitativo, vari teorici esteti del tempo tendono a mantenere una concezione non del tutto priva di originalità e d’altra parte non ancora in trasposizione del totale realismo.

E’ un’epoca storica ed artistica molto singolare, nella quale risultavano essere gli artisti ad occuparsi di utilizzare una propria creatività, in modo da rappresentare un determinato soggetto, ma rispettando comunque le nozioni di base e di come il pubblico si aspettava quel soggetto rappresentato, ovvero la reazione.

Questo stile chiamato di Imitazione, obbediva molto alle leggi fisiche, reali, e naturali delle cose rappresentate, tant’è che nella maggior parte dei casi, l’elaborato imitativo non aveva potere emozionale sul pubblico, non riusciva a commuovere lo spettatore, né tanto meno possedere un senso onirico, o simbolico, poiché tutti i soggetti erano estremamente ancorati alla vita reale, ed alle azioni di ogni giorno.

Tracce di questo movimento, corredate da virtuosismi di ballo e di acrobazie, le possiamo ritrovare sia nella Commedia dell’arte Italiana, sia nelle pantomime dei teatri aperti di Inghilterra e Francia.

Sia il balletto d’azione che il genere di imitazione, furono 2 generi teatrali che si avvalsero dell’utilizzo proprio del linguaggio corporeo, in maniera da essere nel miglior modo possibile, intesi dal pubblico.